Oggi, al processo per il delitto di Cogne, la gente prendeva allegramente il numerino come si fa alla macelleria dell’Iper.
Ecco la chiave del grande successo della novela-horror di Cogne: si adatta perfettamente all’immaginario collettivo piccolo-borghese del telespettatore medio, e i risultati di pubblico lo confermano.
Fatti violenti del genere accadono spesso nelle periferie degradate, tra tossici e disoccupati che vivono di espedienti. Li riporta la cronaca nera locale, per tre giorni, e via nel dimenticatoio.
Ma la villetta di Cogne ha ben altro valore mediatico: è la rappresentazione immaginifica perfetta dell’idea (illusoria) della tranquillità borghese, perbenista e qualunquista. Tranquillità sempre minacciata dal Male, costantemente in agguato là fuori (oppure dentro di noi, personcine per bene).
Insomma, il pubblicitario riassumerebbe il tutto in due parole secche: Cogne funziona.
Gli ingredienti abbondano: ci sono i soldi per pagare l’avvocato di grido ( nemmeno fosse un thriller di Hollywood) e ci sono personaggi che consentono una classica identificazione collettiva (in realtà il telespettatore medio di solito vive in un casermone di cemento, ma chissà perchè tende ad indentificarsi con i protagonisti degli spot del Mulino Bianco).
Come nelle fiction i personaggi di questa storia non sembrano avere i problemi dei comuni mortali ad affrontare la vita quotidiana: non si arrabattano tra i debiti da pagare, non vanno al lavoro per mesi ma sbarcano ugualmente egregiamente il lunario. Vivono a tempo pieno la trama della vicenda, passando tra un talk show e un colloquio in tribunale, e nel frattempo mettono anche al mondo un nuovo pargolo per ravvivare il successo della serie.
Il risultato è una cospicua dose di orrore, morboso al punto giusto, ma non tale da costringere il telespettatore ad aprire gli occhi sulla cruda realtà non televisiva.
Nessuno spettatore mediamente inebetito che si rispetti potrebbe ragionevolmente dirsi deluso dallo show.
Paul Olden