30 October 2005

Otto

Categoria:Orinawa Suhimuri - Viaggio in Giappone — Midosuji @ 10:02 am

Bere troppo il venerdì sera è cheap, sa di giovane inglese che se il giorno dopo non ricorda un tubo significa che si è divertito. Però sono già due volte che finisco a parlare con estranei con le orecchie da coniglietta di playboy e mi spaccio per greco. Ieri c’era una festa di halloween al pub della scuola e mi ricordo di un coreano con passaporto australiano che mi chiedeva perché lo odiassi con tre bicchieri di birra in mano. Poi è arrivato un altro forse americano vestito da winnie pooh che mi ha raccontato di quando ad Atene mangiava le pannocchie e giocava alla play station tutto il dì.


Venivamo dal karaoke dove per una volta non avevamo cantato “We are the world” (l’avevo fatto in Hokkaido un paio di volte con certa gente in una stanzetta senza ossigeno ed era stato epifanico), bensì successi per teen-ager angloamericani e cinesi e c’era il mio amico ceco che mi chiama papà perché ha 19 anni e si è affezionato a me che voleva assolutamente andare nel quartiere a luci rosse con me a farsene un paio. Non è che io perda proprio del tutto il controllo quando bevo per cui riuscivo a tenerlo a bada ma sulla strada dal karaoke al pub della scuola ho dovuto un paio di volte bloccarlo perché si fiondava su delle ragazze che camminavano sole nella notte per Okazaki e quando lo vedevano avvicinarsi a larghe falcate scappavano via coi gridolini giapponesi che se non lo sai sembrano risate ma sono terrore puro. Allora dai a recuperare l’amico ceco diciannovenne che non capisce che andare incontro alle sconosciute di notte in Giappone è una cosa che non si fa soprattutto se hai come dire bevuto fino schiattare. Arrivati al pub ci eravamo persi le ragazze, tra cui l’interprete e le taiwanesi ubriache, e raggiunto il pub abbiamo visto certi francesi parlare francese tra francesi in un angolo e certi non identificabili cantare “Dirty Diana” di Michael Jackson fuori dal pub dove c’è il divieto anche di respirare dopo le 19 e il preside della scuola gli diceva di smetterla perché qui non scherzano e chiamano subito la polizia.

Una mia compagna di classe è venuta dicendo Mi riconosci? e io ho detto Sì sei due tre posti a sinistra del mio ma lei intendeva se riconoscevo il suo travestimento di halloween: una mascherina rossa sugli occhi. Le ho detto che forse mi servivano un paio di elementi in più. Ha detto Dai è facile. Ho detto che non lo capivo e poi che forse era una maschera tradizionale spagnola come lei e che io la Spagna sapevo dov’era ma tutto là, più di così proprio non volevo sapere. Mi ha dato uno schiaffetto sulla spalla col sorriso innocente. Le ho detto Allora che cos’è la tua maschera, ma non abbiamo fatto in tempo perché il mio vicino di casa americano è venuto a strusciare il pube sulla mia anca ballando senza musica e la spagnola ha riso come una delle narratrici di Salò di Pasolini e ho quasi riso anche io però è arrivato quel coreano australiano di cui dicevo prima che - mi sono ricordato - ho odiato dal primo momento perché un giorno al ping pong fuori dalle aule mi aveva chiesto di giocare ma quando è passato un suo amico ha mollato racchetta e pallina sul tavolo e senza dire una parola se n’è andato.

Ho chiesto al primo che passava se aveva saputo dei test ma non lo sapeva. Allora ho provato a entrare dentro al pub ma aperta la porta due tre corpi sono precipitati fuori per la pressione e uno mi ha un po’ sbavato la scarpa. Mi sentivo granuloso e intimidatorio. L’ho detto a una accanto a me che era nera. Lei ha detto Io mi sento genuflessa e corroborante. Allora è tornato il mio vicino di casa americano e ha detto Giochiamo a chi è più collaudato?
Ho urlato che sì, sì, sì era il mio gioco preferito e mi piaceva un sacco la variante francese. La tizia che era nera ha detto Scusate ho mal di testa e devo tornare a casa. Anche io ho mal di testa ma non per questo torno a casa. Il vicino di casa americano si è messo a frignare perché non giocavamo più a chi era più spasmodico. Senti vicino di casa, è ora che anche noi andiamo a casa, mi sa che tu stai fuori. Mi sa che tu stai più fuori, mi ha detto il vicino di casa indicando il cocktail coi fiorellini che tenevo in mano. Chi l’ha messo qua? ho chiesto.

Piroettando il vicino di casa americano è scomparso in una nube di fumo umido. Vedevo il ceco ballare da solo sul prato ma lui non vedeva me. Ho pensato che tutto era molto cheap e io anche ero cheap. Tutti erano cheap, cheappissimi. Vedevo attraverso i muri tutte le loro scolastiche treschette, i loro discorsetti alcolici senza senso e compiaciuti, i giovanotti sportivi con le giapponesi sedute sulle ginocchia, gli insegnanti fingere di scandalizzarsi per tutto quell’alcol e aggirarsi tra gli studenti con sguardo genitoriale, la coscienza generale del tempo che fuggiva incurante e tutto mi sembrava già un ricordo. La festa di halloween al pub della scuola di Okazaki, Giappone, rievocata come dagli abissi dei ricordi adolescenziali di chiunque nel mondo, come quando avevi sedici anni ed eri in Inghilterra a fare le tre settimane in famiglia, tutto quel quadretto andava sfigurando nella rievocazione parodistica di se stesso e io nonostante l’alcol che avevo nello stomaco che stentava ad arrivarmi al cervello in modo definitivo ho avuto un rigurgito acido e mi sono messo a dire a tutti Siete cheap, siete cheap da far schifo, siete triti e ritriti, e intanto finivo in ginocchio e non mi sentivo tanto bene perché forse la birra e i medicinali per l’influenza non vanno tanto d’accordo.

Uno col vestito da scheletro è venuto verso di me e ha detto qualcosa mentre la mia vista si appannava retoricamente e io mi sforzavo di non fissargli banalmente le scarpe prima di perdere ovviamente i sensi.


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