Quattro
Sono cinque giorni che sogno sogni belli, il periodo di incubi a oltranza con ragni sangue e morte ovunque sembra essersi concluso. Ora è tutto un fiorire di amore speranza e futuro che non mi si addice ma di certo mi conforta. E tutto ciò, tutto questo bene che mi allieta le notti, lo devo alle patate. Le patate mi stanno curando la depressione.
Da dieci giorni mi trovo infatti in una fattoria sperduta nella campagna dell’Hokkaido e raccolgo patate otto ore al di’. Anzi sei ore le raccolgo ginocchioni nei campi e due ore le sposto, le porto in giro, le coccolo e ci parlo. Ma non ci sono solo le patate nei miei pensieri. Anche le cipolle, le zucche e in misura minore le carote. Qui si coltivano varie cose e voglio bene a tutte. Certo le patate è tutta un’altra storia.
La fattoria si chiama Land Mann ed è locata poco fuori la cittadina di Biei.

E’ di proprietà di un tedesco di nome Stefan e di sua moglie Kayoko. Hanno tre figli, un cane che si chiama Berga che sembra il cane gaio di Heidi, un gatto grasso e inutile, una tartaruga tumorata, alcuni pesci e un pappagallo. Oltre alla fattoria portano avanti un caffè alquanto frequentato in cui offrono piatti germanici preparati con i frutti (biologici) della loro terra e altre amenità piu’ o meno europee. Stefan, il fattore, è un tipo diciamo tedesco che se lotta contro Hulk forse vince. La moglie è un tipo molto giapponese ma sdoganata. Ella parla inglese piuttosto bene ma si ostina a rivolgersi a me in giapponese dopo che un giorno le ho detto ohayou gozaimasu (”buondi’”), ma forse fa bene perché porca zozza capisco sempre di piu’. Quando mi lancio in diciamo discorsi in giapponese tutti mi guardano a bocca aperta e sono tenerissimi perché fingono di capirmi. Dunque poi a tutta questa figaggine si aggiunge il fatto che sto dimagrendo a forza di spostare e afferrare patate, che mi sto riabbronzando alla muratora a forza di stare sotto il sole a lavorare e che vivo in un cottage di legno che ciao. Non so se.
Ahimè, la nota stonata è che a lavorare con me c’è uno spagnolo anzi catalano che poverino non è colpa sua.
Ieri giorno libero e dei tizi giapponesi col furgone cogli adesivi sono venuti a prenderci in mattinata per portarci in giro. Arrivano con ben cinque minuti di ritardo e noi sconvolti li salutiamo. Dico noi perché con me c’era lo spagnolo. No però ci tengo a precisare che lo spagnolo si chiama - giuro - Josè e un giorno mi ha visto trafficare con un opuscolo su Hiroshima e mi ha chiesto cosa fosse. è un opuscolo, ho detto. Su cosa? ha chiesto. Su Hiroshima, ho detto. è una città? ha chiesto. Il resto della conversazione si è svolto quasi interamente nella mia testa, pieno di bestemmie e parole sconvenienti. No però vorrei anche aggiungere che non sa un cazzo di niente e che se è vero che - come qualcuno ha detto - questa della convivenza spagnola era un’ottima occasione per me per fare pace con la Spagna, ora vabbè, poverino non è colpa sua. Insomma il giorno dopo che sono arrivato Josè che poverino non è colpa sua stava disegnando una cartina del Mediterraneo per una ragazza giapponese minuscola ma forte quasi quanto Hulk che lavora qui. Lei si chiama Yoko e devo dire, niente male. Uhm uhm. Comunque io lo ignoro mentre disegna la cartina perché ha fatto la Spagna a forma di stella e l’Italia a forma di pisello. Alla fine quando Yoko smette di fare un un in segno di assenso e di ondulare la testa avanti e indietro (alla fine a quei gesti ti ci abitui e pensi anche che sono sexy) mi casca l’occhio sulla cartina che ha disegnato. Bene: c’è una freccia che da Barcellona va a colpire una zona indubitabilmente attribuibile alla Calabria meridionale e alla fine della freccia, sul mar Ionio diciamo, c’è scritto Roma. Uhm, dico, Josè quella è Roma? chiedo. No? mi richiede angelico e naif. Mentre tento di spiegargli che lo odio piu’ di quanto potrà mai arrivare a capire se ne va perché deva fare il suo quarto d’ora pomeridiano di Tai Qi. Io comunque lo odio.

Fatto sta che lo spagnolo catalano di nome Josè si è imbucato nella mia giornata coi giapponesi col furgone e adesso sta salutando con me i giapponesi appena arrivati a prenderci per farci passare una giornata ad Asahikawa (città grandicella non distante da Biei), cominciando dallo zoo. Si’, ci portano allo zoo sotto un sole niente male e la cosa diciamo innovativa è che questi due giapponesi (uno ventinovenne che sembra mio zio e l’altro rubicondo ridolone con la panza forse quarantenne forse sessantenne) si sono portati appresso due squinzie. Per noi. Cioè per farci piacere. Josè, che oltre a non sapere un cazzo di niente è anche probabilmente asessuato non ci fa caso ma io mi metto a pensare che forse queste sono due oggetti che i due giapponesi hanno davvero pensato di regalarci, e che magari per qualche sordida tradizione locale io e lui dovremo smucinarle sul serio o fors’anco peggio o che posso saperne, per cui immagino questo cespuglio in un parcheggio sulla statale dietro al quale le due tipe si affannano a soddisfarci mentre i due giapponesi compiaciutissimi ridono in macchina e aspettano. Insomma le due tizie siedono davanti nel furgone e ogni tanto si girano e ci fanno le domande mentre andiamo allo zoo di Asahikawa che, dice, quest’anno è il numero 1 in Giappone. L’anno prima? chiede Josè il catalano. Nessuno sa rispondere ma i sorrisi si sprecano.
Allo zoo guardiamo gli orsi polari che hanno caldo, le foche nei tubi di vetro che se la tirano, le scimmie giapponesi che al bioparco di Roma sono minimo il quadruplo, l’orangutan timidissimo e poi non ricordo bene ma mi sembra fossero fenicotteri fluorescenti.
Dopo lo zoo ci portano al ristorante.

Ah ho dimenticato di dire che lo zoo ce l’hanno pagato loro. E cosi’ il pranzo. E cosi’ tutto il resto della giornata. Io sempre col portafoglio in mano a chiedere Pago? E loro sempre Ah no no no no no no no no, con mille gesti di mano e capo. Il pranzo è in un ristorante che fa un misto di barbecue e cucina italiana. Io prendo una pasta alla bolognese che ovviamente definisco deliziosa. Lo spagnolo che poverino non è colpa sua prende una pizza margherita e dice che è deliziosa solo che lo pensa davvero. In realtà la mia pasta non era male ma tutto era tranne che bolognese. Qui se nella pasta c’è traccia di carne parlano di bolognese. A un certo punto ho provato a spiegargli com’è il vero ragu’ emiliano ma non c’è stato vero. I problemi linguistici erano insormontabili. Ho pensato: tutto sommato chi se ne frega. Dopo i primi una specie di barbecue dal vivo sul tavolo della cameriera e noi a strafogarci perché il cibo stavolta era buono ma di brutto. Zucca giapponese, patate (io in visibilio, anche se mi dispiaceva un pò mangiare le mie amiche), verdure miste, salsicce e carni. Tutto da fattorie biologiche o aspiranti tali. Pare che in Giappone la procedura per ottenere il bollino “biologico” sia estenuante e costosissima. Il tipo ridanciano che allo zoo aveva riso molto ora si è fatto leggermente piu’ serio e ci racconta - a me, a Josè e ai due oggetti femmina che continuo a scrutare e a immaginare nude drogate e ricoperte di escrementi - della fattoria da cui fa la spola pressochè quotidianamente nel paese di Okoppe, sull’oceano. Dice che là è pieno di mucche e il loro latte è il migliore dell’universo. Davvero? gli chieso. Non lo so, risponde. Capisco, dico.
Dopo il ristorante quello che ride se ne va con una delle due donne di presunto sollazzo e io la immagino con una palla rossa in bocca, agonizzante e appesa a un soffitto. L’altra resta con noi e nel suo sguardo vedo una sfumatura vogliosa e servile. Fico, penso. Josè sta osservando alcune bottiglie esposte nel ristorante. Una è di aceto balsamico di Modena. Una è di olio pugliese. Un’altra è di olio pugliese ma di un’altra marca. Josè mi chiede a bocca spalancata se in Italia di produce l’olio. Non gli rispondo ma accidenti mi cade una cucchiaiata di gelato all’uvetta sulla sua mano. Gli chiedo scusa in giapponese e lui mentre si succhia la mano ingelatata mi risponde con la stessa parola.
Dopo il ristorante rimaniamo col mio coetaneo che vuole portarci a provare il sakè giapponese direttamente alla fabbrica e io ok, la tipa residua ok, il catalano non sa cosa sia però annuisce perché è di default. Però prima coincidenza c’è l’interprete che arriva alla stazione di Asahikawa perché proprio oggi - toh! - cambia fattoria e va in un’altra qui in città e allora passiamo a prenderla e finalmente c’è qualcuno che parla giapponese come i kami comandano e fa il suo lavoro cioè l’interprete. Il mio coetaneo giapponese senza il suo amico sembra piu’ tranquillo e ogni tanto all’improvviso sfodera qualche parola inglese che noi tutti a bocca aperta gli diciamo sei un mito. Non frasi eh, parole. Però un mito. Tipo dice “beautiful” e noi uau. Magari dice “station” con l’intonazione chiara e noi tutti vai cosi’. Un pomeriggio eccezionale. Mentre andiamo tutti in macchina verso la fabbrica di sakè e l’interprete parla giapponese con la tipa e il mio coetaneo (che si chiama - ma uso un nome falso per ragioni che tra non molto saranno chiare - Antonello), io penso alle patate e spero che non piova il giorno seguente o non potremo raccoglierle. Arriviamo in questa fabbrica dove subito appena entrati ci chiedono di dove siamo e Josè dice Spagna e tutti quanti dicono Ah. Io e l’interprete diciamo la parola magica (Italia) e tutti ci si annidano intorno dicendo uau e facendo domande. Gongolare noi? Per cosi’ poco? Si’.
Degustazione di alcool estremo, fruttato e non, acquisto di omiyage per l’amico di Osaka col ristorante e via verso una fattoria di pomodori. Assaggiamo i pomodori biologici (giuro: deliziosissimi) e Josè dice “so good”, che è un pò il suo mantra. Almeno ottanta volte al giorno deve dirlo o non è in pace con se stesso.
Dopo i pomodori lasciamo l’interprete alla stazione dove deve esser presa da quelli della sua nuova fattoria ove resterà fino a fine mese. Anche l’altra squinzia ci lascia uccidendo cosi’ i miei pensieri zozzi con cui peraltro avevo imparato a convivere e rimaniamo con il mio coetaneo giapponese Antonello, il quale è supposto accompagnarci a casa. A Biei. Altri trenta e qualcosa chilometri. Un santo, penso. Josè non sembra cosi’ stupito perché è concentrato su qualcosa vicino al finestrino della macchina e poi perché - ho notato - è anche il tipo che tutto gli è dovuto.
Poi l’idea geniale. Antonello dice Vi va di andare all’onsen? L’onsen è il bagno termale giapponese. Una cosa che fa impallidire bagni turchi, saune, pozze sulfuree uzbeche e geyser. Molto ma molto piu’ chic. Ovviamente accettiamo ed eccoci che guidiamo nell’oscurità della campagna diretti all’onsen.
Raggiungiamo una specie di mega-albergo in stile lusso scandinavo. Penso al salasso. L’ingresso all’onsen invece costa 600 yen. Circa 5 euri. Nello spogliatoio qualche giapponese si asciuga i peli pubici col phon. Seguiamo la procedura (io faccio tutto ciò che fa Antonello, lo copio passo passo - se sposta l’asciugamano da una spalla all’altra lo faccio anche io; se si gratta l’inguine lo faccio anche io; eccetera). Solo che a un certo punto quando l’asciugamano gli si sposta dalla spalla ecco la sorpresa: un tatuaggio enorme smaccatamente yakuza. Io realizzo ben bene che sono in un bagno termale giapponese con uno yakuza e sento ondate di invidia provenire dall’altra parte del mondo. Francamente, godo. Uno yakuza, per chi non lo sapesse, è un mafioso giapponese. Insomma lo stesso tipo che mi ha sorriso tutto il giorno, mi ha pagato pranzo, zoo e tutto il resto e stava per pagarmi le sigarette al distributore automatico, mi ha aperto e richiuso lo sportello della macchina ogni volta che ci salivo e che ha messo solo per me il cd di Billy Joel nell’autoradio, è un mafioso. Che persona meravigliosa, penso, e voglio diventare il suo migliore amico.
Nell’onsen fa tutto ciò che voglio fare io. Pozza bollente? Ci viene anche lui. Pozza freddina? Mi segue. Bagno all’aperto a guardare le stelle? Certo, ci viene senz’altro. Poi mi dice mentre Josè è nella sauna finlandese che vuole venire in Italia perché ha letto degli agriturismi e vuole capire come funzionano. Gli dico qualche parola chiave: Toscana Umbria fattoria dormire mangiare e chiudo con patate e lui annuisce felice. Gli dico che quando viene in Italia deve dirmelo cosi’ gli pago tutto. Lui dice che è contento che potrà rivedermi in Italia. Ora, niente facili umorismi: il tipo non è interessato a me in quel senso. è solo un fantastico yakuza mio coetaneo che è super gentile e ha curiosità sugli agriturismi.
Insomma dopo l’esperienza dell’onsen ci riporta a casa e chiede scusa ottanta volte per averci fatto fare tardissimo (sono le 21.30). Ci scambiamo le email e buonanotte.
Oggi con le patate ero pigro perché pensavo al mio futuro nella mafia giapponese e vedevo donne oggetto solo per me, alcune pistole giocattolo, una macchina coi vetri scuri e un enorme tatuaggio a forma di patata sulla mia spalla destra. Depilata.
shutup Dice:
allora è vero quando ti dicono sornioni che >. e poi con aria grave aggiungono >.
e io che li ho sempre appellati come vecchi babbioni. a questo punto allora occorre credere anche che >, amicale sì, ma al tempo gustoso. però.
shutup Dice:
allora è vero quando ti dicono sornioni che “le patate sono i tuoi migliori amici”. e poi con aria grave aggiungono “sempre”.
e io che li ho sempre appellati come vecchi babbioni. a questo punto allora occorre credere anche che “un vero mafioso lo riconosci dal suo rapporto con le patate”, amicale sì, ma al tempo gustoso. però.
shutup Dice:
ehm…e ora trovate le parole mancanti
andrè Dice:
GRA-NDE! INVI-DIA!
Midosuji Dice:
Anche io mi invidio.
gi Dice:
caro midosuji, io fossi in te terrei gli occhi aperti.
josè è chiaramente un agente dell’interpol in incognito mandato lì per intrappolare lo yakuza.
si fa passare per idiota ma è solo una copertura, come per takeshi in polimar.
peppefiore Dice:
josè è mozzi.
la cacciavite Dice:
peppe è yazuka e mozzi lo fa sparire
Midosuji Dice:
Se sparisce Mozzi per una questione delicata di yin e yang spariamo anche tutti noi. Non con la pistola.
MrsFrancis Dice:
Caro Midosuji,
mozzijosè non è colpa sua, lo dici pure tu.
è colpa della Spagna, e forse delle patate, o forse è colpa tua. pensaci bene. Sicuro che Roma non sia sullo Ionio?sicuro sicuro?
io continuo a doparmi di cioccolatini al tartufo di Norcia sperando di vedere un fenicottero fluorescente.
tanti cari saluti a Ioko, la gnocca.
Midosuji Dice:
Cara MrsFrancis, forse lo spagnolo non e` colpa sua ma Mozzi si`. Ora non posso dire perche` ma esso e` come la Piovra.
Yoko la gnocca ricambia?
Giorgiospecio Dice:
Midosuji,
che ci dici di quel cartone che lì sembra spopolare, Mozzinga Z?
Administrator Dice:
Mozzi almeno risponde alle email. A differenza di Genna.
IlaCi Dice:
Caro “Midosuji”, non ti preoccupare non l’ho detto a nessuno che ti “leggo”!
Scrivi pure tranquillo… Baci
Uccello Dice:
KUATRO GATINI! KUATRO PAPIRELLE!
Midosuji Dice:
Mozzinga Z mi piace.