Due
A un certo punto mi siedo in un caffè con le serrande come i garage. Davanti a me c’è una ragazza inglese e fino a poco fa c’era anche l’interprete ma ora non riesco a vederla. La ragazza inglese è alta un metro e qualcosa e mi sta chiedendo in un italiano che sembra tedesco se ho mai visto un cane che lavora. Il barista mi porta una birra e libera il tavolo delle altre tre. Mi fa l’occhiolino. Dico all’inglese che non l’ho visto il cane che lavora. Dice che mi ci deve portare. Al cane? Che lavora? chiedo. Sì, dice mentre l’interprete si risiede. Dov’eri? chiedo all’interprete. Stavo raccontando a quella persona di ieri, dice e indica un punto dove non c’è niente a parte una buccia di mela sul marciapiede. La mela? No, dice, di ieri.
Poi l’interprete si mette a raccontare di ieri all’inglese. Cos’è successo ieri? dico. Non ti ricordi? risponde seccata l’interprete, sei stato dal dentista. Il dentista Star Trek, sì, che mi ha detto che il mio dentista italiano aveva fatto cose “strane” e che sicuramente era lui (il dentista giapponese) che non le capiva, ma anche che avrebbe rimediato. Era una specie di open space con i separé sul giallo-celeste, mi ricordava l’opposto del mio ufficio, e un’infermiera imbavagliata mi teneva l’aspiraliquidi in bocca con gli occhi di Psycho, però più freddi.
Ero stordito perché non ricordavo come ero arrivato dall’anticamera alla sedia rotante, un po’ piccola ma comoda, su cui in due mi stavano mettendo le mani in bocca. Mentre l’interprete racconta l’inglese se la ride. Non per il dentista voglio sperare, dico all’inglese ma lei non mi ascolta e indica l’insegna del bar in cui ci troviamo, lo shot bar “Pimp“.
Ma dov’è questo posto? chiedo a chiunque mi sta davanti adesso. Il barista capisce che voglio un’altra birra e me la porta leccandosi le labbra. Gli dico grazie in giapponese e lui dice prego in italiano. Ma parlano tutti italiano qui? chiedo ancora. Certo, siamo ad America-mura dice l’inglese come se volesse convincermi di avere senso dell’umorismo. Allora rido. Che ipocrita, dice l’interprete guardando fuori. Senti interprete, dico all’interprete, l’inglese parlava dei cani che lavorano.
Uh, dice l’inteprete, mi è arrivato un messaggio! Di chi, di chi? chiede l’inglese tutta leziosa. Guardo fuori verso la buccia di mela in terra. Piove e si sta bagnando. Non sarà più buona, dico al barista. La musica è troppo alta e non mi sente. Per togliersi dall’imbarazzo alza ulteriormente. Cyndi Lauper. Poi una cover di Cyndi Lauper di un gruppo giapponese che fa ska con gli strumenti tradizionali. Di chi era il messaggio? chiedo all’interprete. Era Adam, sta arrivando qui con la sua amica di Brisbane. Adam è magro, magrissimo, penso. Infatti eccolo già seduto accanto a me con la sua amica di Brisbane. Quando sei arrivato? gli chiedo. Anche lui parla italiano. E anche la sua amica lo parla, benissimo peraltro, ma per qualche motivo non lo capisce. Neanche una parola. Questo non è possibile, dico al barista che mi passa accanto e posa qualche birra sul tavolo.
Adam comincia a raccontare con un fortissimo accento perugino che aveva visto un nuovo centro commerciale chiamato Kohyo che aveva appeso tabelloni lucidi all’esterno con scritte assurde in italiano. Rido rumorosamente. Il barista mi fa un cenno e poi si mette quattro dita della mano in bocca. Le fa entrare e uscire. Adam traduce in inglese ciò che ha appena detto e la sua amica di Brisbane dice in italiano da telegiornale che sì, è stranissimo.
L’interprete e l’inglese dicono che devono andare in bagno a baciarsi e io dico eh? mentre Adam e l’amica di Brisbane annuiscono e tirano fuori gli i-Pod. Si mettono le cuffie e ascoltano la musica. Qualcuno ha raccolto la buccia di mela perché quando mi giro non c’è più. Sapete nulla dei cani che lavorano? chiedo ai due. Dicono sì, e poi in coro perfetto mi raccontano che è una cosa che ha a che fare coi ciechi e gli errori. Adam mi mostra la foto che ha come tatuata sul dorso della mano e che è simile a una cosa che ieri avevo visto in bicicletta vicino ad alcuni grattacieli dello stesso colore dell’asfalto.
Ho capito in che senso è sui ciechi, dico ad Adam, nel senso che spesso si trovano sbagli così qui in Giappone. Spesso? dice l’amica di Brisbane. O forse non è lei a dirlo ma lo stereo, non capisco bene perché è tutto troppo alto. Tra noi tre cala il silenzio. Non ci diciamo niente ma continuiamo a scrutarci e guardarci in faccia. Lei è sospettosa. Lui meno ma è sempre sospettoso. Io dico non sapete ieri dopo il dentista spaziale coi raggi X ho visto una spigola e-nor-me e l’ho portata al ristorante. Quanto enorme? mi chiede Adam guardandosi le unghie. Più o meno… così, e faccio un gesto con le mani che non rende onore alla spigola. Quando tornano l’interprete e l’inglese le sento che ridono in italiano poi prendono Adam e l’amica di Brisbane, li portano via e io per un attimo sono da solo nel caffè poi sono intorno ad alcuni pali poi chiudo gli occhi e quando li riapro c’è il soffitto sopra e il futon sotto e la voce dice buona notte.