20 August 2005

Uno

Categoria:Orinawa Suhimuri - Viaggio in Giappone — Midosuji @ 7:13 pm

Lungo la strada dall’aeroporto del Kansai alla città di Osaka c’è una splendida interminata valle di cemento e acciaio, e ogni volta che ci passo mi viene in mente il Conan di Miyazaki e immagino questo mondo sommerso dalle acque, mi immagino a nuotare tra i palazzi sott’acqua e, eventualmente, a lottare a mani nude contro gli squali. Vinco io e porto lo squalo a casa a spalla.


Ma finché c’è, la distesa di cemento e acciaio è quasi amichevole e vederla appoggiata lì fa tenerezza, perché sai che non si sa più su cosa è stata appoggiata, né quando lo è stata, né altro.
Mentre sono sul pullman che mi porta in centro canticchio (se così si può dire) “World without end” di Laurie Anderson e all’altezza di una sopraelevata che sembra quella su cui l’Uomo ragno salva il convoglio della metropolitana noto un discreto albergo con vista sul traffico, l’albergo Cordon Bleu.

Se preparino solo cotolette con prosciutto e formaggio ai loro ospiti o se tutto nell’albergo sia a forma di cordon bleu o se il cordon bleu sia il totem davanti al quale tutti sono tenuti a prostrarsi nella hall lo ignoro. Però mi tornano in mente gli abusi linguistici di cui i giapponesi danno prova quando, a scopo esotizzante, utilizzano idiomi stranieri per esaltare o rendere interessante qualcosa. Esempio: un portachiavi di spugna a forma di gatto con su scritto “Pet please - we love my little friend“; magliette unisex con su scritte le più varie insensatezze, l’ultima ieri “All the night within the streets of happy“.

L’inglese è intrinsecamente fico, non ha alcuna importanza il significato ma conta solo il significante. La trasmissione del nulla avviene in inglese. Ma può avvenire anche in francese, come testimonia l’hotel Cordon Bleu con vista sulla sopraelevata tangenziale che fa il pelo ai palazzi.

Poi la sorpresa, che sorpresa non è. Cioè me la aspettavo, lo sapevo, ero stato avvertito, insomma non ero tanto ingenuo da aspettarmi i 9 gradi di Saccovescio (PG) due giorni prima, ma neanche ero pronto a entrare nel forno crematorio a cielo aperto che è Osaka adesso. Scendendo dal pullman, nel tragitto tra il veicolo e l’interno del terminal ho attraversato quanto, tre metri? quattro? di caldo veramente intenso, ma veramente molto, molto intenso e umidissimo, che neanche l’anno scorso - sempre qui - avevo provato. Più avanti nel pomeriggio ho camminato a lungo in strada sotto quel sole. Saranno stati due o tre chilometri intorno alle 3 del pomeriggio, stavo andando a dormire a casa perché durante il pranzo a causa del fuso orario mi ero addormentato con la faccia nel piatto. L’impressione è stata quella - né più né meno - di camminare nel sole. Non sotto, ma dentro.

A casa, con l’aria condizionata, ho pensato che la valle di cemento e acciaio con l’aria condizionata era bellissima, di una bellezza assoluta e garbata. Poi ho dormito e quando mi sono svegliato avevo mal di gola.


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