Ring
Di questo libro bene o male conoscevo già la trama perché ho visto il film, dico il primo, quello giapponese, e perciò pensavo che non avrei goduto tanto della lettura, la qual cosa in effetti si è realizzata, ma
non perché io conoscessi tutto di quel libro e quindi già sapevo dove sarebbe finito a parare, no, perché il film l’ho visto davvero, ma tanto tempo fa, forse più d’un anno fa, quindi non è per questo che non ho goduto troppo, no, è stato solo perché con questo libro obiettivamente non c’è moltissimissimo da godere, anche perché questo modo orientale di fare paura ormai lo conosciamo, lo conosciamo dai film, ed è vero che è molto efficace, però dopo un po’ basta diventa quasi banale, ed è questo il motivo per cui il libro non mi ha fatto impazzire, oltre al fatto che si tratta di un libriccino horror da leggere sul tram, il che può sembrare ad alcuni un limite dell’opera ma in realtà è la sua forza, perché sono sempre stato convinto che un libro come un film come qualsiasi altra cosa vada valutato per quello che è, e allora si tratta di un libricino horror che in quanto tale è assolutamente pregevole, scritto molto bene, anche se per conto mio gravava un pregiudizio sull’edizione in mio possesso che è la traduzione italiana della traduzione in inglese del testo originale in giapponese, il che, se è vero ciò che scrive per esempio Umberto Eco nel suo ‘Come scrivere una tesi di laurea’, e cioè che tradurre è sempre tradire, che tradurre è come avere una dentiera e non i denti veri, e che tradurre è come averci la parrucca o altre protesi di vario tipo, anche se Eco non si spinge a dire che una traduzione è come la protesi della propria stessa minchia, dicevo che se è vero tutto questo allora la traduzione della traduzione è proprio una cosa completamente diversa dal libro originale, perciò avevo i miei bravi pregiudizi, eppure può capitare, come infatti è capitato, che in una traduzione come questa di ‘The Ring’ puoi non trovare orrori di grammatica o problemi macroscopici di comprensione, e invece poi vai a leggere per esempio una traduzione ‘di prima mano’ da Ellroy e ti accorgi che ci sono i congiuntivi farfalloni, quindi, morale della favola, ci vuole fortuna nella vita, cari miei, e dunque il libro mi è piaciuto, anche perché oggettivamente la trama è alquanto ingegnosa e ‘moderna’, mentre sullo stile non mi pronuncio per i motivi di traduzione di cui sopra e anche perché lo stile in libri come questo deve esser più che altro il meno invasivo possibile, importa che sia scorrevole e quasi nascosto come il ‘deus absconditus’ di Pascal, la cui evoluzione, dico di Pascal, è notoriamente il Turbo Pascal, ehehe, e insomma deve essere uno stile del tutto opposto a quello della presente recensione, perché laddove incalza la trama, in un libro commerciale, deve arretrare lo stile sul piano dell’elevazione e della inaccessibilità, altrimenti il popolo bue non capisce, e laddove invece c’è poco da dire, come in questa recensione per l’appunto, allora si tenta di compensare con lo stile, diciamo che queste sono le dure regole della composizione letteraria e della professione giornalistica, fermo restando il popolo bue, perciò, in definitiva, il libro mi è piaciuto in quanto horror, se paragonato con gli altri horror sulla piazza intendo, non mi ha fatto godere tantissimissimo in senso assoluto, anche perché vi confesso che a me i libri horror non mi fanno impazzire, però devo riconoscere che se siete dei patiti del genere allora questo è pane per i vostri denti cariati.
cicciodroga Dice:
impicciati mentali riunitevi