Il vescovo
E’ notizia di oggi. L’ex capocosca vicaria di Partinico, Giusi Vitale, ha rivelato di aver accompagnto una volta il fratello Leonardo, allora boss titolare, a una riunione della cupola, l’organo di vertice di ‘cosa nostra‘. Chiunque potrebbe immaginare una riunione del genere presieduta da Provenzano in persona, il grande capo dell’unico vero apparato autoritario supremo esistente oggi in Sicilia. Ma nessuno scrittore, o forse nessuna mente sana sarebbe mai riuscita a immaginarsi questo grande capo, il pressoché incontrastato dittatore di Sicilia, così come l’ha descritto la Vitale.
Bernardo Provenzano, infatti, era vestito da vescovo.
Questo è ciò che chiamo l’imprevedibile risvolto orrorifico della realtà.
In altre parole, Bernardo Provenzano, il più longevo latitante italiano, l’oggettivo detentore del potere assoluto di vita e di morte su tutti i siciliani e su ciascuno di essi, l’analfabeta che stabilisce il lecito e l’illecito in ogni campo della vita pubblica siciliana (e non solo), è - con tutta evidenza - un malato di mente. I siciliani, le loro famiglie, i loro lavori e le loro case, le loro iniziative politiche/economiche/sociali, la loro grande Cultura, i loro sogni, la loro religione e ogni singola esigenza, dal nutrimento all’uso dell’acqua, dalla libertà di circolazione al diritto di voto, dalla libertà di parola a quella di pensiero sono pienamente, totalmente e arbitrariamente nelle mani di un depravato contadino, tanto ignorante quanto squilibrato. Un soggetto cerebralmente abnorme, deviato, inaffidabile e probabilmente psicopatico. Una belva sanguinaria su cui - come se non bastasse - agisce l’ulteriore tara psico-fisica di una infinita latitanza.
Provenzano lo scannacristiani, Provenzano ‘u tratturi’, Provenzano il sicario spietato del fu Luciano Leggio, Provenzano il vampiro a capo di mille porci armati. A questo assortito ventaglio di maschere, ne aggiungiamo oggi un’altra: quella del caratteriale che si traveste da vescovo per sfogare e imporre un’ossessione d’onnipotenza sempre più iperbolica. Sempre più malata.
E’ questo folle, proprio lui, che da tanti anni sceglie, discerne, salva e condanna secondo il proprio piacere intere città e provincie. E’ proprio questo vescovo d’inferno che gestisce la “stanza dei bottoni“, dalla quale dipendono le esistenze di sei milioni di individui, come fosse uno stupido giocattolo su cui sputare, di cui godere sadicamente e poi, con disprezzo, mettere sotto i piedi a volontà.
C’è stato un tempo in cui la Repubblica fu a un passo dall’uccisione della mafia? Non lo so; ma mi piace pensare di sì. Ad ogni modo, se è esistito è ormai perduto.
Quello che cè oggi è solo un bambino crudele e sconsiderato che comanda sui ogni cosa. Si chiama Provenzano, e la Sicilia gli appartiene. Suo è il controllo della mafia, e ancor più suo quello dell’antimafia. Perciò lo Stato, nelle attuali condizioni, ha più speranze di essere annientato dalla piovra che di annientarla.
Ma allora, la soluzione per salvare dalla criminalità il moderno Stato costituzionale qual è?
Una soltanto. Riconoscere senza ambiguità la sovranità della Mafia. Cedere, arrendersi, cospargersi il capo di cenere e consegnare ufficialmente la Sicilia a Cosa Nostra. Passare pubblicamente le consegne, scarcerare i sicari e i boss ancora in prigione, chiedere il perdono della Mafia e di tutta la Comunità Internazionale per le persecuzioni del passato. Distruggere le effigi dei cosiddetti “eroi” dello stato. Rapportarsi, insomma, come l’imperatore Costantino con Gesù Cristo.
A quel punto, e soltanto allora, sarà possibile per il popolo siciliano ripercorrere da capo tutte le tappe che hanno portato dallo Stato Feudale allo Stato Costituzionale di Diritto.
Bisognerà cominciare trasformando gli interessi particolari della mafia in interessi generali.
Approdare quindi dalla monarchia assoluta del capo di cosa nostra a una forma di monarchia illuminata, con la concessione delle prime, rudimentali libertà politiche.
Instaurare da ultimo lo Stato di Diritto, e votare una Costituzione democratica, repubblicana, pluralista.
Solo allora, dopo mille anni di lavoro e di travagli, di sangue e di vittorie, la comunità mafiosa si potrà finalmente dire democratica. Sempre che, s’intende, una nuova mafia non rinasca nella clandestinità.