17 March 2005

Costellazione del Cancro

Categoria:Litteratura — olden @ 11:54 pm

clicca per ingrandire Un foglio bianco puo’ essere terrorizzante. Prima di iniziare a scrivere è impossibile sapere quale sarà il risultato finale. Succede la stessa cosa quando parlo con qualcuno: per quanto io possa sforzarmi a dire esattamente quello che la mia mente mi ordina di dire, succede sempre che la conversazione prenda binari autonomi, che sfugga allo stretto controllo dell’intelletto, che dalla bocca escano parole che il cervello non riconosce come appropriate.
Si tratta di controllo di connessione tra il pensiero e la parola. Fuziona allo stesso modo per i movimenti del corpo , per le espressioni del viso, per i movimenti delle mani. La connessione cervello-azione è spesso labile, approssimativa e imperfetta. Tralasciando le possibili implicazioni negative di questa piu’ che ordinaria realtà, volendo approfondire l’argomento, mi pare decisamente il caso di raccontare una storia interessante e curiosa: la storia di Rekij Volodik .
Anzi, per comodità mia e vostra, è sicuramente una buona idea lasciare che sia Rekij Volodik stesso a raccontarvela.

***

Dio mio, mi sembra ovvio che non sia una cosa facile trovare un modo per vivere in maniera perfetta. Credete che io ci sia riuscito in un giorno? Credete davvero che io possa insegnarvelo, vendervi il metodo, farvelo provare con diritto di recesso soddisfatti o rimborsati? Siete ingenui.
Credo di aver iniziato a studiare metodi per risolvere il problema della fatica di vivere verso i 10 anni.
Ricordo di aver provato decine e decine di metodi di mia invenzione: ricordo un periodo in cui ero convito che andare in giro con gli occhi sbarrati , senza quasi mai sbattere le ciglia, fosse un ottimo modo per avere una migliore percezione della realtà e migliorare di conseguenza la mia posizione nel mondo.
In un altro periodo decisi di provare alcune tecniche respiratorie. Facevo lunghi e profondissimi respiri prima di fare qualsiasi cosa; ascoltavo attentamente i battiti del mio cuore cercando di sincronizzarli al meglio con il ritmo delle mie parole. Alcuni chiari segnali mi scoraggiarono presto dal proseguire con questa pratica: per esempio una volta ansimai cosi’ tanto durante una cena che i commensali iniziarono a guardarmi male, e una signora di mezza età , che doveva essere la zia di qualcuno, mi chiese se stavo bene e se avevo bisogno di bere una limonata calda.
Fu umiliante. Come era possibile scambiare un geniale metodo per ottimizzare la connessione tra il mio corpo e le mie azioni per un banale mal di pancia?
Evidentemente il metodo non era cosi’ geniale come a me era sembrato.

Per lungo tempo sperimentai altri metodi, praticamente uno al giorno. Tra i metodi che mi erano sembrati piu’ promettenti c’erano cose tipo: l’andare in giro concentrando tutte le mie energie sul controllo dei muscoli della faccia; il pensare continuamente “io sono un essere vivente e pensante” , il tentativo di espandere le potenzialità della parte anteriore del cervello mediante lunghe sedute di concentrazione al buio, il tentativo si tenere a mente una visione esteriore di me stesso, come se il mio cervello fosse uno spettatore del film della mia vita.

Inutile dire che tutto l’impegno riposto nell’utilizzo di questi metodi fu tempo sprecato. Nessuno dei metodi da me escogitati si rivelò funzionale o migliorativo: nonostante i miei sforzi, continuavo a comportarmi in maniera terribilmente e orribilmente umana. Ma la cosa peggiore era che succedeva spesso che odiassi il modo in cui finivo per comportarmi. Compivo spesso e volentieri atti che , riflettendoci, disapprovavo. Sostanzialmente, mi muovevo nel mondo in maniera incerta e mediocre, terribilmente mediocre.

La visione di me stesso in quella orrenda condizione di incertezza costante divenne ben presto insopportabile ai miei stessi occhi. Iniziai ad odiarmi con tutte le forze. Fu quello il periodo in cui violentai spietatamente me stesso sottoponendomi a penitenze di vario tipo, per punirmi di una frase mal detta o di un incontro mal riuscito con qualche persona. Quello che vedevo intorno a me era solamente un mondo cupo, rispetto al quale mi giudicavo inadeguato e poco elegante, goffo e maldestro, ridicolo e patetico.

***

E’ certamente chiarissimo a tutti che, a questo punto della storia, il mio ingresso in campo in veste di voce narrante è assolutamente inelegante dal punto di vista stilistico. Lo capirebbe anche un bambino. E perdipiù portare avanti un testo in questo modo fa decisamente troppo stile romanzo fine ottocento e non aiuta certamente il curriculum dell’autore. Tuttavia, è ragionevolmente impossibile lasciare che il signor Rekij Volodik prosegua impunemente nella sua descrizione pregna di dettagli e di sfumature che , senza offesa, promette di essere leggermente prolissa.
Per farla breve, insomma, accadde un bel dì che Rekij Volodik si svegliò come illuminato da una folgorazione: era assolutamente convinto di aver finalmente scoperto il segreto del vivere perfetto.
Provava e riprovava il metodo e, a suo dire, tutto sembrava combaciare perfettamente: ogni singolo gesto, ogni singolo respiro, qualsiasi impercettibile movimento di qualunque muscolo del corpo era finalmente e inevitabilmente approvato, apprezzato e sottoscritto dal suo cervello.
Immediatamente Rekij Volodik si guardò allo specchio e decise che era di un’eleganza sconvolgente. Avrà avuto 25 anni. Una settimana dopo il suo elegantissimo culo era seduto sulla poltrona di un aereo di linea in volo per Washington.

***

Dove diavolo avrei dovuto andare se non a Washington? Ditemelo voi, insomma, a me sembrò di non avere scelta. Riepilogai nella mia mente lo stato delle cose: avevo trovato un metodo sicuro per vivere in maniera perfetta, senza mai , dico mai, la minima sbavatura. Insomma, non so se riesco a spiegarmi bene: non intendo dire che mi fosse impossibile commettere errori, o fare cose disdicevoli e moralmente esecrabili. Per fare un esempio, nonostante il mio sorprendente stato di grazia psicofisica, nulla mi avrebbe impedito di uccidere a sangue freddo il mediocre ometto calvo che stava seduto nella poltrona a fianco della mia sull’aereo per Washington D.C.
Sentivo che avrei potuto farlo tranquillamente. Avrei preso l’uomo per il collo, stringendo con forza e decisione, e lo avrei strangolato a morte in meno di 3 minuti. Il mio cervello non avrebbe avuto assolutamente nulla da ridire sulla faccenda, perché – era chiaro – avrei compiuto tutta l’operazione con una tale eleganza, con una tale sicurezza, con una talmente incredibile musicalità nei gesti che alla fine probabilmente qualcuno si sarebbe sentito in dovere di applaudire.

Mentre mi dirigevo verso la capitale USA la consapevolezza di questo potere cresceva in me come l’impasto del pane sul banco di lavoro del panettiere. Avevo il Potere. Sì. Io avevo il Potere.

***

Cosa avrebbe fatto Rekij Volodik a Washington? (ebbene sì: ecco ancora la voce narrante)
Mille e poi mille cose. Innanzi tutto divenne un attivista del Partito Democratico. Un semplice simpatizzante, uno dei tanti. Una volta mi raccontò di aver avuto qualche indecisione su quale dei due partiti americani scegliere, poi mi spiegò che, dopo lunghe riflessioni, aveva deciso che era impossibile trovare buone ragioni per scegliere l’una o l’altra compagine. Fu così che la scelta del Partito Democratico avvenne grazie al lancio di una monetina.
Comunque, sintetizzando, nel giro di sei mesi Rekij Volodik era diventato il coordinatore principale delle sezioni locali del partito. A dicembre del suo primo anno di soggiorno negli USA fu ricevuto al Congresso dal politico democratico piu’ in vista per le elezioni presidenziali che si sarebbero tenute di li’ a poco.
Poco dopo, in veste di Consulente per le Pubbliche Relazioni seguì numerosi politici democratici nei loro tour nell’est e nell’ovest.
Un sondaggio – tenuto segreto fino a quando è stato possibile nasconderlo – dimostrò senza ombra di dubbio che gli elettori ricordavano sempre la figura del portaborse Rekij Volodik. Molto spesso alcuni tra gli intervistati dichiaravano di ricordare benissimo quel giovane signore particolarmente elegante nei modi ma di non ricordare per quale motivo egli fosse lì nella loro cittadina con un seguito di auto blu scuro.
Pochi mesi più tardi Rekij Volodik era diventato una celebrità senza che peraltro nessuno ricordasse cosa avesse fatto per meritare tanta fama. E il fatto più curioso è che nessuno faceva mai domande sul suo passato.

***

Un’elezione a presidente della maggiore potenza econimica e militare mondiale è un fatto che dovrebbe far tremare il polsi a chiunque. A me , invece, fece uno strano effetto: il giorno in cui fui proclamato solennemente Presidente degli Stati Uniti d’America non provai particolari emozioni. Il mio stato d’animo era – come sempre in quel periodo – assolutamente sereno. Sicuramente la mia incredibile tranquillità derivava dal fatto che ero matematicamente certo che mai e poi mai avrei fatto una figuraccia, un gesto goffo, una gaffe o qualunque altra cosa che il mio cervello non avrebbe approvato e accolto come intonata al ritmo delle cose che girano intorno.
Conscio di tutto questo, e intimamente un po’ sorpreso dell’incredibile disinvoltura con cui stavo affrontando la situazione, una specie di luce bianca intermittente mi illuminò la parte anteriore della corteccia celebrale. Era tutto chiaro: il mondo, tutto il mondo, poteva essere mio.

E , per qualche giorno, esso lo fu davvero. Prima che l’ultimo conflitto mondiale lo dissolvesse in quella nuvola di polvere cosmica che voi tutti oggi potete chiaramente osservare guardando fuori dall’oblò in direzione della Costellazione del Cancro.

Paul Olden

3 Commenti a “Costellazione del Cancro”


  1. syn Dice:

    Bella Paul, la sottile linea che divide l’agire dall’essere.


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